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Notizie

L’Associazione ed il volontariato: Raccogliere i segni di speranza in terra santa

Nuovo appuntamento per ricordare l'attività di volontariato dell'Associazione e dei suoi associati.

Dal 29 febbraio al 7 marzo 2008 un viaggio di conoscenza in Terra Santa. Attualmente Israele e Palestina. Un gruppo di 43 persone, una ventina di Scout, un gruppo di Pax Cristi e … due geometri. Un viaggio all’insegna della conoscenza delle comunità presenti attualmente su questo territorio martoriato.

“Ponti e non muri” Il muro di 700 km che vorrebbe dividere i territori Israeliani da quelli Palestinesi è davvero emblematico di una situazione estremamente difficile.

palestina1 Il rosario recitato al muro di interposizione e la Via Crucis con le comunità di Betlemme il 1° marzo 2008 (in ricordo della posa della prima pietra il 1° marzo 2004) è stato un segno ed un desiderio di gettare alcuni ponti di solidarietà con le piccole comunità sparse su questa terra dove Gesù si è incarnato e si incarna ancora con tutte le persone che soffrono.

Anche la presenza di alcuni di noi al checkpoint il mattino presto per conoscere la realtà di migliaia di palestinesi che devono passare varie ore per passare da Betlemme a Gerusalemme per lavorare (3 ore di attesa ogni mattina e tre ore ogni sera per un lavoro non sempre sicuro) è stato un piccolo segno di solidarietà.

Volti e testimonianze Abbiamo avuto la possibilità di conoscere tante persone che vivono in questa terra condividendo in pieno la vita difficile di questi popoli.

palestina2A Betlemme le sorelle del “Caritas Baby Hospital” (che avevamo già incontrato nel viaggio di luglio con i colleghi Arnoldo Juvara, Bruno Contu e Francesco Ponte) un servizio ai bambini iniziato fin dal 1952 e che continua ad andare avanti con l’aiuto della Provvidenza. La dedizione e l’impegno per tanti bambini malati prevalentemente palestinesi di Betlemme e dintorni.

Tante altre comunità, religiose e non, che si dedicano instancabilmente alla cura dei bambini e delle madri in un contesto difficile.

Le comunità locali che ci hanno accolto e con le quali abbiamo condiviso un poco della loro vita con un pranzo in famiglia.

Abbiamo conosciuto Geries, un cristiano melkita che vive al confine con il Libano, dove abbiamo visitato Bar’am, il suo villaggio distrutto, ed ascoltato la storia di 520 villaggi palestinesi distrutti allo stesso modo. Con lui abbiamo capito quanto le comunità dei pellegrini che vengono a conoscere questa terra abbiano bisogno di conoscere e manifestare la solidarietà con le persone e le comunità cristiane che lottano e soffrono per riuscire a ritornare alla propria terra.

Ad Aboud il Parroco ci ha fatto conoscere la realtà della comunità parrocchiale e della scuola attigua che è aperta a tutti perché nel suo villaggio palestinese su 2500 abitanti ci sono solo circa 200 cattolici latini e 250 ortodossi.

palestina3Partendo da questo villaggio siamo arrivati a Ramallah (10 minuti di macchina) dove abbiamo visitato la scuola di musica per la Pace (per bambini dei campi profughi) “Al Kamandjati” (che vuol dire Il violinista) e abbiamo finalmente consegnato gli strumenti musicali che avevamo portato dall’Italia (quasi 40 strumenti fra violini, chitarre e clarinetti). Uno dei tanti segni di speranza e gioia che attraversano questa terra: è la musica suonata dai bambini di Al Kamandjati fondata da Ramzi Abu Redwan, che da piccolo, durante la prima Intifada, era uno di loro.

Sempre a Ramallah abbiamo conosciuto anche Resy che, con la sua comunità, segue il “Progetto ricamo Palestinese” che aiuta le donne rimaste sole. Resy è italiana ed è presente da più di 50 anni in questa terra.

A Taybeh, antica Efraim abbiamo incontrato Don Raed, parroco di questa comunità interamente cristiana. “Abuna”. Raed sta riuscendo a dare un certo sviluppo al villaggio con le sue iniziative creative ma soprattutto la cosa che colpisce di questo prete è la sua risata ed il fatto che scherza in continuazione e spiega “lo faccio perché qui, se non ridessimo, moriremmo tutti di depressione. Ridere almeno si può”.

Ma non solo incontri in questo viaggio perché abbiamo anche attraversato il deserto di Giuda (quattro ore sotto il sole) quasi dalla periferia di Gerusalemme fino a Jericho.

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Tornati di nuovo a Gerusalemme (stavolta col pulman e dopo un necessario e ristoratore bagno nel Mar Morto) siamo stati ricevuti dal Patriarca di Gerusalemme Michel Sabbah che ci ha resi partecipi della situazione drammatica in particolare della popolazione di Gaza.

L’ultimo incontro, la sera del 6 marzo, è stato con Padre David Neuhaus gesuita di origine ebrea convertito al cristianesimo. Pochi minuti prima dell’inizio dell’incontro siamo stati avvertiti dell’attentato alla scuola rabbinica di Gerusalemme e della morte di 7 giovani… P. David ci ha quindi parlato della situazione e del suo lavoro con “B’tselem”, una organizzazione israeliana per la difesa dei diritti umani di cui fa parte con la quale ha calcolato che tra gennaio e febbraio 2008, quindi prima dell’attentato di pochi minuti prima, erano state uccise in israele/palestina 149 persone, di cui 3 ebrei e 146 palestinesi e, tra questi, almeno 25 bambini.

Nonostante la situazione drammatica ci ha però trasmesso un senso di speranza molto vivo.

Tanti piccoli segni di speranza Mentre passo in rassegna tanti volti e tante storie molto più ricche del racconto fatto, mi vengono alla mente altre realtà altrettanto significative. Varie organizzazioni operanti sul territorio con le persone che cercano di lavorare per la pace ed i diritti umani: Icahd per la ricostruzione delle case distrutte; Operazione Colomba; Jerusalem Center for Women; Bat-Shalom ecc….

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La nostra presenza è stata da tutti percepita come un possibile ponte di solidarietà e la possibilità di dare voce a chi non ha voce. Soprattutto abbiamo vissuto la gioia della condivisione con la realtà attuale e la possibilità di capire meglio la complessità della situazione.

Abbiamo visitato anche i luoghi santi e Gerusalemme nei punti più importanti come il muro del pianto e la spianata delle Moschee ma tutto questo senza gli incontri con le persone non sarebbe stato la stessa cosa.

Il cuore è pieno di gratitudine ma lo stomaco fa i capricci forse per le spezie ma anche, e più probabilmente, per il pensiero delle sofferenze e della violenza che ancora non accenna a diminuire… Così siamo ritornati a vivere la perquisizione che ci era toccata alla partenza all’Aeroporto di Brescia (tre ore di controlli anche personali) anche a Tel Aviv prima di ritornare. Segno di una tensione che non accenna a diminuire e che chiede impegno e soprattutto preghiera come ci diceva il Patriarca Michel Sabbah.

(nell’ultima foto il collega geom. Armando De Vuono di San Casciano Val di Pesa (FI) che ha fatto il viaggio insieme con la sua famiglia) geom. G. B. Minuto
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